sabato, 29 aprile 2006

Fermamente convinto di volermi convertire ad una religione che contempli la trasmigrazione delle anime, ho cominciato a leggere qualcosa del multiforme mondo induista. Ho scoperto che ci sono regole ben precise che regolano la trasmigrazione (o più semplicemente la reincarnazione) così che le azioni che compi nella vita presente determinano in chi o in cosa rinascerai nella prossima. Ora, su una cosa non concordo: le azioni più turpi e nefande hanno come esito la trasmigrazione nel corpo di un animale e peggiori sono le azioni, più "infimo" è l’animale. Per esempio l’uccisione violenta di innocenti porta a reincarnarsi in un lombrico. Ma siamo poi sicuri che il lombrico abbia una vita così grama? Prima di tutto ha una consapevolezza di sé minima, e questo è già un immenso vantaggio. Poi è ermafrodita, cosa che elimina alla radice molti problemi ed imbarazzi legati all’esistenza. Infine vive nell’elemento di cui si nutre, come se io vivessi in una casa fatta di pizza (o di Toblerone with honey and almond nougat, dipende dai giorni). OK, sì, il lombrico si trova agli ultimi gradini della catena alimentare, ma a parte questo non mi pare che se la passi così male.
Da parte mia sto cercando quali azioni determinino la rinascita nel corpo di un orso bruno, animale che ammiro oltre misura, al quale mi sento evolutivamente affine, per il cui stile di vita provo una stima assoluta ed incondizionata. È insieme il predatore più feroce del pianeta e un animale capace di trascorrere l’inverno in letargo, accumula grassi in estate per poi smaltirli nel lungo sonno invernale (dormendo, eh, mica facendo sport), è onnivoro, vive beatamente solo, non è assoggettato alla legge del branco, dopo lo svezzamento non riconosce più i propri cuccioli (la femmina, il maschio se ne va molto, molto prima, dopo aver compiuto il suo dovere di trasmissione dei geni) e, last but not least è il vertice della catena alimentare.
Ditemi cosa devo fare per trasmigrare nel corpo di un orso e lo faccio oggi stesso…

 

Un piccolo pensiero di Baggins | 08:05 | commenti (4)

mercoledì, 26 aprile 2006

Su di me la pubblicità ha un effetto strano, che comunque di rado è quello voluto dai signori pubblicitari (farmi acquistare il prodotto sponsorizzato). Un esempio: avete presente la pubblicità di un non so quale tè nella quale si vede una via di Londra con gente felice che, appunto, beve il tè e poi l’inquadratura si allarga sempre di più fino a rivelare che tutta Londra si trova in una gigantesca tazza di tè? Ecco, l’accompagnamento musicale dello spot è “Something to talk about” di Badly Drawn Boy, canzone che era già colonna sonora del film “About a boy” che a sua volta è tratto dal libro omonimo di Nick Hornby il quale a sua volta probabilmente berrà il tè della pubblicità di cui sopra e così il cerchio si chiude e siamo tutti contenti. Bene, io dalla prima volta che ho visto quello spot ho cominciato a cercare nei negozi di dischi la colonna sonora di “About a boy”, l’ho cercata per mesi e finalmente sabato scorso l’ho trovata. Ora l’ascolto in modo ossessivo e maniacale e sono davvero soddisfatto. E comunque non so davvero che marca di tè si sponsorizzasse in quello spot (e non mi interessa, sia chiaro)…

 

Un piccolo pensiero di Baggins | 10:04 | commenti (10)

domenica, 23 aprile 2006

Fidarsi delle previsioni del tempo o non fidarsi, this is the question? Ovvero, stendere le lenzuola in terrazza o al coperto? E voi, oh lumi del meteo, voi Giuliacci Padre e Figlio, Colonnelli Morico e Guido Guidi, rivelatevi, istruitemi. E tu, nuvoletta bianca e sbarazzina che passeggi per il cielo, sei solo un magrittiano e poetico ornamento di questo manto d’azzurro o sei l’esploratrice in avanscoperta che apre la strada a nuvoloni neri carichi di pioggia? E se sarà pioggia, sarà limpida e purificatrice o mista a terra come quella che mi ha già rovinato il bucato della settimana scorsa?
Mah… ‘fanculo, stendo dentro…

 

Un piccolo pensiero di Baggins | 08:25 | commenti (6)

giovedì, 20 aprile 2006

Ho finalmente deciso! Il mio prossimo tatuaggio sarà così:


lo farò fare sul braccio destro, appena sopra l’incavo, quando avrò venduto la casa di Padova e avrò fatto il rogito per la casa di Brescia. È ebraico e si pronuncia “bereshit”. È la prima parola della Bibbia, di quella che noi chiamiamo Genesi (in ebraico i libri delle scritture non hanno dei nomi e vengono chiamati con la prima parola del testo… quindi Genesi in ebraico si chiama proprio “Bereshit”) e significa appunto “in principio”.  Ci sono varie interpretazioni rabbiniche sul perché le scritture inizino con questa parola, ma me ne piace in particolare una che sostiene che noi siamo sempre al principio, ogni istante è l’inizio di qualcosa, un nuova creazione. Per questo la vita è così mutevole, per questo noi non siamo mai uguali a noi stessi, ma cambiamo, cresciamo, ci alimentiamo di inquietudine. E la prima lettera di bereshit, la “bet” (l’ebraico si scrive da destra a sinistra, quindi la bet è la prima a destra), che è anche la prima lettera delle scritture, è chiusa sopra, sotto e indietro, ma aperta in avanti, come dire che non abbiamo nessun potere su ciò che sta sopra, sotto o prima di noi: abbiamo solo il presente e ciò che ci sta davanti. E  in sintesi questo è ciò che ho capito della vita… e lo sento terribilmente mio. Indi lo farò scrivere sul mio braccio quando, acquistata la casa di Brescia, inizierò a tutti gli effetti una nuova fase, un nuovo inizio.

 

Un piccolo pensiero di Baggins | 08:05 | commenti (16)

martedì, 18 aprile 2006

Avevo davvero bisogno di ridere e questo film



cattivissimo, cinico e surreale mi ha decisamente fatto ridere. E molto.
Sono proprio soddisfatto!



Un piccolo pensiero di Baggins | 17:20 | commenti (1)

sabato, 15 aprile 2006

Bè, buona Pasqua! Auguroni a tutti voi e buone vacanze a chi riesce a prendersi qualche giorno di riposo...


Un piccolo pensiero di Baggins | 07:48 | commenti (9)

giovedì, 13 aprile 2006

Domani sarà un anno che mia mamma è in ospedale. Un anno da quando la mia vita è cambiata. Il 15 aprile del 2005 era stata una giornata come tante altre: al mattino ero andato in Facoltà per un incontro di dottorato, il pomeriggio in ufficio a sistemare un po’ di cose e poi a casa. Mi stavo rilassando sulla mia poltrona Poäng, quando arrivò la telefonata di mio papà: «Mi spiace dover essere io a darti questa notizia, ma…» scoppiò a piangere senza più riuscire a formulare frasi di senso compiuto e io gli dissi solo «sta’ tranquillo, prendo la macchina e in 2 ore sono lì». Ho messo due cose  in uno zaino e così com’ero sono salito sulla Micra. Non immaginavo cosa mi stesse aspettando, guidavo cercando di far tacere i pensieri, concentrandomi sulla strada, ma ero assalito da dubbi, domande, paure. E lì tutto è iniziato. Sono arrivato a Brescia senza sapere che era per rimanere. È iniziata l’odissea ospedaliera: mesi di rianimazione, le varie operazioni, la ricaduta ed ora una riabilitazione infinita piena di complicazioni. Di colpo i miei genitori, i miei punti di riferimento stabili, coloro sui quali ho sempre fatto affidamento, sono diventati fragili, bisognosi di tutto. Di colpo mi sono ritrovato a prendermi cura di loro: da un lato mio papà da sostenere emotivamente e da accudire come un bambino a cui bisogna preparare da mangiare, lavare la biancheria, stirare le camicie… Dall’altro mia mamma con un’invalidità del 100%, lei che è sempre stata autonoma e dinamica ora dipende in tutto per tutto dagli altri per qualsiasi cosa. Quella sera del 15 aprile, guidando verso Brescia, non avrei mai immaginato tutto questo. Non si è mai preparati a questi cambiamenti, forse perché la mente si rifiuta di prospettare simili scenari.
E quella sera del 15 aprile, guidando verso Brescia, non sapevo che stavo guidando verso un’altra vita, che stavo attraversando la linea di demarcazione tra un “prima” e un “dopo” lasciandomi alle spalle il lavoro, gli amici, la mia casa, la mia città, ciò che pensavo di aver costruito negli ultimi anni… eppure è così. La casa di Padova è in vendita, non ho più un lavoro, non ho prospettive, mi ritrovo per l’ennesima volta a ripartire da zero senza avere più energie.
Qualcuno che legge questo blog senza sapere nulla di me mi ha accusato di lamentarmi troppo e forse in parte ha ragione. Ma tutte le difficoltà affrontate nell’ultimo anno sono accentuate dalla solitudine, dal non avere amici in questa città, dal non avere né il tempo né il modo ora come ora di frequentare gente. E dopo un anno mi permetto di essere stanco. Del resto capisco che per chi vede da fuori sia come guardare in televisione le immagini dello tsunami. Un conto è vedere una telecronaca, un conto è esserci, affrontare la furia devastatrice, sopravvivere, ricominciare… Ora lo capisco, ma solo perché un anno fa uno tsunami si è abbattuto sulla mia famiglia.

 

Un piccolo pensiero di Baggins | 07:22 | commenti (19)

venerdì, 07 aprile 2006

Me ne andavo stamattina verso il piccolo supermercato vicino casa, carico di borse con la “differenziata” da scaricare nei cassonetti che si trovano appunto davanti al piccolo supermercato. Camminavo perso nei miei pensieri, quando qualcosa ha attirato la mia attenzione. Per terra c’era una lettera. Era estratta dalla busta ma ancora piegata, la carta umida e un po’ sbiadita dopo la pioggia di stanotte, una grafia tonda e regolare, forse femminile, e frasi che raccontavano brandelli di una storia, di chissà quale storia. Non l’ho raccolta, ma mi sono fermato a leggere qualche frase. «…il silenzio di questi giorni tra noi…» «…e vorrei riuscire a spiegare, ma neppure io capisco…» «…perché ciò che c’è tra noi è importante…» e poi sono andato avanti, a scaricare la “differenziata”, a prendere le arance e le altre cose al piccolo supermercato. E intanto pensavo ai sentimenti, così difficili da esprimere, da ammettere, a volte. Sentimenti che neanche parole messe nero su bianco possono esprimere nella loro complessità, nella loro forza irruente e totalizzante, nella ricchezza di sfumature che si rinnovano ad ogni pensiero, ad ogni respiro. Eppure sentimenti fragili come un foglio di carta che la pioggia scioglie lentamente, che la gente distratta calpesta… Sentimenti che non abbiamo, ma che abitiamo, che siamo. Uscendo dal piccolo supermercato volevo tornare a sbirciare quelle righe, ma dall’altro lato della strada ho visto una ragazza ferma proprio lì dove si trovava la lettera, la testa china per leggere. Già, sentimenti che in qualche modo si possono condividere… e con un sorriso sono tornato verso casa.

 

Un piccolo pensiero di Baggins | 10:00 | commenti (4)

mercoledì, 05 aprile 2006

Strano quanto mi manchi. Eppure la nostra non è stata neanche una storia, non sono state nemmeno 3 settimane. Giorni di un’intensità straordinaria, certo, ma pur sempre un lasso di tempo infinitesimale, un nulla davanti allo scorrere del tempo. E forse non mi manchi nemmeno tu, mi mancano le sensazioni che mi hai dato, il sapermi atteso e desiderato, il sentire che la solitudine apparteneva ad uno ieri che appariva di colpo così lontano. Mi manca il tuo sorriso quando mi aprivi la porta di casa, quando mi facevi trovare la tavola apparecchiata, quando mi vedevi arrivare da lontano, tu lì ad aspettarmi e io che pedalavo come un pazzo nel traffico per raggiungerti e andare a prendere qualcosa in quel bar che ti piace tanto. Mi manca la tua voce e il tuo raccontarti, la tua capacità di condividere i minimi avvenimenti del quotidiano, dal tizio rompiballe che ti ha reso la mattina in ufficio un inferno a quella volta che hai trovato le formiche in casa. Mi mancano i tuoi occhi scurissimi, due pezzi di carbone pronti ad accendersi di un fuoco imprevedibile e vivace, e l’espressione di abbandono quando mi avvicinavo a te, di complice intesa quando ero sopra ti te e tu mi abbracciavi, mi stringevi. Io, te e il rispettivo desiderio di non essere più soli. Mi mancano le tue mani discrete ma sicure, mi mancano le tue labbra da baciare, accarezzare, assaporare, le tue labbra che dopo ore di baci erano viola e «scusami, è la barba, vuoi che la tagli?» «No, la tua barba è morbida, baciami ancora». Mi manca la complicità inattesa ed improvvisa come la passione, come la bramosia trattenuta a stento per darci il piacere della scoperta lenta, il tempo di percorrere con calma le strade del desiderio. Ma questo tempo non c’è stato. Non c’è stato neppure tempismo. Certo, sono stati pochi giorni, eppure è strano quanto tutto questo mi manchi.

 

Un piccolo pensiero di Baggins | 09:53 | commenti (14)

domenica, 02 aprile 2006

Io, la “mia” musica e la sveglia
Dato che ho con la “mia” musica un rapporto molto personale ed oserei dire intimo e dato che non sono un tipo “da radio” (nel senso che, soprattutto al mattino, non ho sufficienti energie mentali per affrontare la roulette russa di una rotazione radiofonica che potrebbe propormi, non so, un Vasco Rossi, una Hilary Duff, un Luca Dirisio…) le mie reazioni al risveglio sono sostanzialmente 3:
Profilo A (ovvero: il mattino ha l’oro in bocca)
Frenesia mattutina ossessiva compulsava: mi sveglio con in mente una determinata canzone, la voglio assolutamente ascoltare, la DEVO assolutamente ascoltare, ne ho un bisogno fisico, la cosa è più impellente di qualsiasi necessità fisica. Corro in bagno, comincio a cantarla sotto la doccia, torno in camera gocciolante e finalmente la metto su. Mi sento subito meglio. Canto mentre mi vesto e rifaccio il letto e vado avanti a cantarla per ore. Per tutto il giorno, a volte.
Profilo B (ovvero: suona la sveglia che sono  ancora in fase REM)
Apatia esistenziale, a malapena sono consapevole di esistere, mi muovo come un organismo monocellulare strascicando i piedi come fossero pseudopodi, mi trascino nella doccia, mi idrato piano piano, prendo lentamente coscienza di me, torno in camera e mi piazzo davanti ai CD cercando una ed una sola canzone che dia forma alla mia giornata. Passo in rassegna tutto da Kylie Minogue ad Alanis Morissette, da Moby a Jack Johnson, dai Turin Brakes agli Staind, da Björk a Loreena McKennitt, cosa che può richiedere qualche minuto, ma è tempo speso bene (se poi sono in ritardo recupero facendo colazione in piedi davanti al frigo mentre finisco di vestirmi)

Profilo C (ovvero: scendere dal letto col piede sbagliato)

Istinto omicida e distruttivo, odio sincero e sorgivo nei confronti dell’esistenza intesa nelle sue multiformi manifestazioni siano esse umane, animali, vegetali, minerali eccetera eccetera. Ringhiando heideggerianamente contro l’ingiustizia dell’essere gettato nel flusso dell’esserci senza che mi sia mai stato chiesto un previo consulto, entro nella doccia, accetto vagamente più di buon grado il flusso dell’acqua calda, torno in camera e non prendo neanche lontanamente in considerazione l’intenzione di ascoltare musica: la odierei. Questa fase di solito passa a colazione dopo aver assaporato la prima Gocciola al cappuccino, capace di riconciliarmi con l’esistenza nelle sue multiformi manifestazioni, anche minerali.
Oggi, comunque, ero in fase “A” e la canzone era “Loving Days” di Kylie, dall’album Body Language («Precious time with you-u-u, diving in the blue-u-u, we are riding on the waves, these are loving days, loving days with you» Sospirone…)

 

Un piccolo pensiero di Baggins | 08:10 | commenti (7)



Frodo si guardò intorno: rassomigliava proprio a una casa. Molti dei suoi oggetti preferiti o di quelli di Bilbo erano stati ordinati così come erano a Casa Baggins. Il posto era piacevole, comodo e accogliente e Frodo scoprì che avrebbe tanto desiderato installarsi lì sul serio e godere per sempre pace e tranquillità.

Casa Baggins

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