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giovedì, 29 giugno 2006
Piove. Una pioggia forte ed onesta, non le 2 gocce che amplificano l’afa, non il violento temporale che come una sfuriata devasta e si esaurisce nel giro di pochi minuti. Piove davvero. Piove con impegno e regolarità. Sotto la pioggia sono andato al supermercato e son tornato a casa. Sotto la pioggia ho svuotato il bagagliaio della Micra. La pioggia cadeva e cadeva, sulla mia testa liscia, sulle lenti degli occhiali, sui vestiti che mi si attaccavano addosso. E la sensazione era piacevole. Così dopo aver messo via la spesa sono salito in terrazza. Ho lasciato i sandali all’asciutto e mi sono messo a piedi nudi sotto la pioggia. Indossavo solo dei pantaloni al ginocchio e una camicia leggera, non ho nemmeno tolto gli occhiali. Mi sono messo lì, al centro della terrazza, esposto al vento a e alla pioggia, ho chiuso gli occhi e ho lasciato che il mio corpo perdesse pesantezza, consistenza, si fondesse con quel paesaggio di aria e di acqua. La pioggia mi picchiettava le braccia, la testa, i piedi, ho sentito le prime gocce posarsi e poi moltiplicarsi e ricoprirmi e formare rivoli che mi scendevano per il collo, la schiena, le braccia, le gambe. I vestiti appiccicati, fradici e freddi a contatto col mio corpo caldo, percorso da brividi ora di freddo, ora di piacere, ora di sollievo. Pioggia che come un battesimo profano mi purifica dentro, pioggia amica alle lacrime che ho versato, tanto simile eppure diversa, pioggia che lava via l’angoscia, la solitudine, la tristezza, che piano piano scoglie quel grumo che mi grava sul petto, quel peso immenso che mi toglie il respiro. Pioggia che mi fa sentire vivo, di nuovo padrone di me e non schiavo del dovere, vittima dei miei fantasmi, non più triste ombra di ciò che ero, sono stato. Pioggia che mi rivitalizza e come balsamo mi cura, anestetizza le mie ferite, cancella il mio dolore e mi dona un brivido di selvaggia, istintuale affermazione. E grido, sotto la pioggia, con la bocca spalancata verso il cielo e gli occhi chiusi. Alzo le braccia verso quel cielo grigio e potente, le maniche dalla camicia appiccicate alle braccia, le mani che gocciolano come pioggia nella pioggia. E di colpo, così come è iniziato, sento che il rito è finito. Sono esausto. Mi fermo ancora qualche istante lì, tra il vento e la pioggia, poi rientro. In ascensore formo una pozza che farà indispettire il portinaio. Torno in casa, mi spoglio, mi asciugo e mi rivesto. Ed ecco, lo sento ancora quel peso sul petto. Angoscia, solitudine e tristezza sono ancora lì a guardarmi da dentro lo specchio. Mi trascino verso la cucina e svuoto la lavastoviglie. Piove.
lunedì, 26 giugno 2006
Pensieri in ordine sparso. Andare per negozi durante le partite dell’Italia è una pacchia. Non pensavo che mi sarei mai ridotto a mangiare sottilette arrotolate (precedentemente spalmate di maionese), eppure l’ho fatto. Più volte. Mi hanno ucciso Bruno. L’orso, intendo. Bastardi! Ma che schifo di macchina deve essere la Peugeot 207 se bastano 2 coccinelle a scrollarla in quel modo? In questi giorni ascolto solo i Corrs e penso che “Borrowed Heaven” sia proprio un bell’album! Dato che mi hanno ucciso Bruno (l’orso, intendo) non si può abbattere anche il delfino curioso? In verità ascolto anche Tori Amos, in particolare “Scarlet’s Walk” che, ne sono convinto, ha proprietà taumaturgiche. In casa nuova ho messo le tende; la casa è praticamente finita, ma io non ci abito né so quando potrò andare ad abitarci. Potrei affittarla in nero. Il caldo mi priva della capacità di fare discorsi con un inizio, una fine ed un minimo di senso.
sabato, 24 giugno 2006
Prossima volta che vado all’Ikea devo ricordarmi di non indossare polo gialla e jeans scuri. Che, OK, qualche informazione sono stato capace di fornirla, ma per il resto ho trascorso il pomeriggio a ripetere «no, guardi, non lavoro qui».
martedì, 20 giugno 2006
Fa caldo e ce ne siamo accorti, OK, è giugno, tra qualche giorno è ufficialmente estate ed è normale che sia così. Detestabile, ma normale. La cosa peggiore è che la stanza d’ospedale nella quale si trova mia mamma ha la temperatura interna di una fonderia. Anzi, ho visto fucine con temperature più miti. Dato che nella suddetta stanza fa bella mostra di sé una griglia per l’aria condizionata, la settimana scorsa sono andato a chiedere alla suora responsabile del reparto quando si pensava di accendere questa benedetta aria condizionata. «Lunedì, lunedì, state tranquilli» ha cinguettato la suora svolazzando per il corridoio. Abbiamo pazientemente sopportato il week end e ieri sono arrivato in ospedale con la paradisiaca prospettiva di una temperatura mite. Macché! Sembrava di entrare in un forno crematorio di Auschwitz! Ci mancava solo che distribuissero il sapone per le docce e che apparisse Ratzinger a biascicare «Perché Zignore hai tacciuto?». Così oggi ho ribeccato la suora in corridoio e le ho chiesto come mai non fosse ancora accesa l’aria condizionata dato che lunedì è ormai bello che passato. E lei: «Non lo so, ma non ho mica detto che era questo lunedì, né! La accendono sempre di lunedì, se non è questo sarà quello dopo, non so…». Troppo caldo per strangolarla. Me ne sono tornato in sauna, pardon, in camera a far compagnia alla mamma e a sciogliermi lentamente.
lunedì, 19 giugno 2006
Ho appena preso la residenza a Bresciablanca, provincia distaccata del Nord Africa. A confermare il mio senso di estraneità ed alienazione, gli uffici comunali hanno tutti i cartelli in italiano ed arabo e allo sportello delle informazioni c’è un nordafricano. Non per nulla gli ultimi rilevamenti demografici affermano che il centro storico di Bresciablanca ha una presenza di extracomunitari del 48%. E nel conto saranno entrati solo quelli in regola e con permesso di soggiorno… Vabbè, chissà tra quanto si comprerà il prosciutto al mercato nero e ci si dovrà trovare nelle cantine per mangiare gli spaghetti con le vongole…
martedì, 13 giugno 2006
Ci sono ancora, eh. C’è che questi ultimi giorni sono stati pieni e frenetici. C’è che ho sistemato il più possibile casa nuova, pur sapendo che non ci andrò effettivamente ad abitare fino a quando mia mamma non tornerà a casa dall’ospedale e questo “quando” è un tempo nebuloso e indefinito (2 mesi? 3 mesi? 6 mesi?), ma lo stesso volevo cercare di costruire un rifugio, un posto da sentire il più possibile mio. C’è che col trasloco e le varie trasferte a Padova nelle ultime settimane ho un po’ trascurato le incombenze domestiche a casa dei miei e, così, ho recuperato spese, pulizie, bucati, lunghe sessioni di stiro (12 camicie in una mattinata, il mio record, direi) ecc. senza contare i pomeriggi in ospedale. C’è che di colpo mi rendo conto che non ho più vie di fuga: questa è la mia vita, ora sono qui, a Brescia, la città che odio e dalla quale sono scappato quando avevo 21 anni. Non c’è più Padova a cui tornare, non ho più un luogo mentale di evasione nel quale disertare la realtà per qualche ora illudendomi che tutto sia ancora come prima. Quel “prima” che è così lontano che faccio fatica a credere sia esistito davvero. C’è che nonostante la stanchezza le mie notti solo lunghe ed insonni. Mi addormento di schianto e poi mi sveglio tra le 2 e le 3: il cuore batte come un martello pneumatico impazzito. Mi passo una mano sul petto e cerco di calmarlo, respiro piano e profondamente finché non sento che il battito torna regolare. Ma non appena mi distraggo lui ricomincia a tuonare, deflagrare… Ascolto musica al buio, ma le ore non passano, il sonno non torna. Nel dormiveglia sono un Adamo senza Dio: mi strappo una costola e le do forma, la modello, ne faccio qualcuno “che mi sia simile” (Gen 1, 18), che mi voglia bene. Le do un nome, ne delineo con cura maniacale i tratti del volto, ma nella luce strana e veritiera che precede l’alba vedo che ha i tratti inconfondibili dell’ossessione, della paranoia. Tra poche ora andrò a Padova per l’ultima volta: pulirò quella che era, che è stata la mia casa e poi darò le chiavi ai nuovi proprietari. Farò le ultime commissioni, saluterò gli amici, mi farò fare un altro tatuaggio e metterò definitivamente la parola “fine” ad un periodo della mia vita.
giovedì, 08 giugno 2006
Penso di essere sopravvissuto ad una due giorni di smonta-carica-scarica-monta con annessi e connessi. Almeno, prima ho messo uno specchietto davanti alla bocca e si è appannato. Indi dovrei essere ancora vivo, sì.
domenica, 04 giugno 2006
Dlin dlon, si avvisano i signori lettori che questo è l’ultimo post dalla mia casa di Padova. Ripeto, l’ultimo post dalla mia casa di Padova. Sto infatti per imballare computer, monitor, stampante e compagnia bella ed unirli alla pila di scatoloni che ho già fatto in vista del trasloco. Martedì sarà qui la ditta, smonterà e caricherà tutto e mercoledì scaricherà e rimonterà a Bresciablanca. Per i nostalgici è possibile rileggere il primo post scritto da questa stessa casa. Non so quando sarà possibile leggere il primo post dalla nuova casa di Bresciablanca, dato che là non ho ancora la linea telefonica e non so quando la farò. Nel frattempo continuerò a scrivere da casa dei miei o da altre postazioni internet di fortuna. Si ricorda infine ai signori lettori che le uscite di sicurezza sono situate alla vostra destra e alla vostra sinistra. Dlin dlon.
giovedì, 01 giugno 2006
Non è che posso pretendere troppo, insomma, il mio imbianchino è già economico, molto bravo e preciso nel suo lavoro ed estremamente cordiale. Inoltre ha un bellissimo nome, dato che si chiama come me. Chiedergli di avere anche un vocabolario superiore ai 35 vocaboli è un po’ eccessivo e dovevo aspettarmi che telefonandogli ed esordendo con «Ciao, sono il tuo omonimo» lui mi rispondesse «No, ha sbagliato numero» e mettesse giù.
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